Diario Open source o software proprietario? La precedenza di Monti

 

Open source o software proprietario? La precedenza di Monti

25 Novembre 2012

Opensource

Tra le varie innovazioni recentemente introdotte, il Governo Monti ha deciso di puntare sull'open source per la Pubblica Amministrazione.

Il Decreto Sviluppo 2012 approvato quest'estate contiene infatti una voce sull'open source che potrebbe rivoluzionare la Pubblica Amministrazione italiana.

In pratica, le amministrazioni dovrebbero sempre effettuare un confronto di tipo tecnico ed economico fra soluzioni open e proprietarie.

Il tutto è contenuto nel Decreto Sviluppo 2012 (legge n. 134 del 7-8-2012), approvato quest'estate, che contiene una serie di "Misure urgenti per l'agenda digitale e la trasparenza nella pubblica amministrazione".

Interessante, specialmente, la nuova modalità di acquisto proposta per i programmi informatici (o parti di essi).  Le pubbliche amministrazioni ed i rispettivi consulenti dovranno infatti procedere ad una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le soluzioni disponibili sul mercato.  In pratica, si parla di: software sviluppato per conto della pubblica amministrazione, riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della pubblica amministrazione, software libero o a codice sorgente aperto o software combinazione delle precedenti soluzioni.

L’open source, da un punto di vista strettamente aziendale, non è necessariamente migliore del software proprietario, così come non è vero nemmeno il contrario.  Il vero valore del software non risiede nel risparmio dei suoi costi iniziali, ma nell’opportunità di business - in senso lato, e quindi comprendendo in questo inglesismo anche i servizi che gli Enti Pubblici dovrebbero/potrebbero erogare a cittadini, aziende o ad altri enti pubblici - che può generare.  Per poter effettuare questa valutazione, ad esempio, è necessario "pesare" l’esperienza delle persone che compongono l’azienda, oltre al software in sé.

La domanda corretta da porsi potrebbe quindi essere: qual è la tipologia di software più utile per me o per la mia azienda?

Il software open è generalmente meno costoso in termini di licenze, ma richiede anche persone qualificate che lo sappiano utilizzare e risolvere i problemi quando si presentano. Generalmente un software proprietario ha un servizio di supporto per i problemi, mentre sono poche le aziende che offrono un supporto "completo" (e, comunque, in tal caso quasi sempre oneroso) sui prodotti open.

Ecco allora che le aziende che utilizzano (o pianificano di utilizzare) software open dovrebbero assumere collaboratori che abbiano fatto esperienza sul campo con questi prodotti e che sappiano gestire le problematiche che possano insorgere, introducendo nella propria azienda un costo correlato proprio al software libero (ecco perché molti sostengono che il software open non sia in realtà gratuito).

Ma le valutazioni da compiere prima di decidere se adottare una soluzione open o proprietaria non finiscono qui.

Un’altra chiave di volta è il "know how" aziendale: se per anni l’azienda ha infatti  utilizzato e sviluppato in ambiente proprietario, è ovvio che un salto verso l’open source potrebbe rivelarsi controproducente. A fronte di un risparmio magari anche considerevole nel costo "facciale" delle licenze, si deve valutare l’impatto di conversione del know how, che, a lungo andare, potrebbe essere molto più costoso dei benefici iniziali apportati dall’open source.

In sintesi, vi sono molte valutazioni da fare al momento di scegliere una tecnologia: il costo non si determina banalmente in base al costo delle licenze, ma dal know how posseduto, dal settore in cui si sta creando il proprio business e dalla possibilità di futuri investimenti.  Quello che andrebbe accuratamente calcolato e' il cosiddetto TCO (Total Cost of Ownership), anche se non e' facile averne tutte le variabili sotto controllo.

Il Decreto sottolinea, però, che solo quando la valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico dimostri "l'impossibilità di accedere a soluzioni open source o già sviluppate all'interno della pubblica amministrazione a un prezzo inferiore, è consentita l'acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d'uso".

Uno dei limiti di questa normativa, secondo alcuni addetti ai lavori, è che mancherebbe anche una definizione rigorosa di cosa si intenda per "open source".  In pratica il rischio è che alcune società possano servirsi di questa "etichetta" per piazzare sul mercato prodotti proprietari o, anche peggio, paralisi decisionale, nell'incertezza della corretta applicazione del Decreto.

Non sarebbe forse stato più opportuno privilegiare l'aderenza dei sistemi informativi della Pubblica Amministrazione ai cosiddetti "open standards"?

Una categoria sicuramente più ampia rispetto all'open source, ma che avrebbe avuto il pregio di abbracciare anche una parte del mondo cosiddetto proprietario, valorizzando i benefici ad esso associati di cui sopra, ma assicurando contemporaneamente anche più facile manutenzione ed interoperabilità delle soluzioni adottate, grazie alla loro adesione a standards ufficiali e pubblicati.

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