Diario Di che pasta dovrebbe essere fatto un leader – 1 di 4

 

Di che pasta dovrebbe essere fatto un leader – 1 di 4

03 Aprile 2015

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Dopo aver tenuto alcuni interventi sull’argomento, in questa breve serie di post desidero condividere alcune considerazioni a proposito della leadership, un tema sempre attuale e che non verrà mai analizzato a sufficienza.

Quando se ne parla, la sola parola suscita in molti un certo qual senso di disagio, come di un qualcosa mai compreso appieno e rispetto al quale si avverte un profondo senso di inadeguatezza.

Invariabilmente, infatti, quando si parla di Leader con la L maiuscola, affollano alla mente numerosi esempi di quei leader cosiddetti carismatici.

È quindi probabile che anche il mio lettore ritenga che la leadership sia un’Arte, un qualcosa di innato e che necessariamente non possa essere appreso.

Con il dovuto rispetto e persino ammirazione per i Leader di cui sopra, la mia tesi è che la leadership sia invece anche, e forse soprattutto, una Scienza e cioè un insieme di insieme di qualità e competenze che possono essere apprese ed esercitate.

Lo schema che intendo sviluppare prevede i seguenti capitoli:

Leadership =

 

1.       Di che pasta dovrebbe essere fatto un leader +

2.       Adaptive Leadership +

3.       Il Dilemma e lo Stile +

4.       Ipotesi di Percorso

 

Cosa dovrebbe quindi fare questo leader?  È chiamato a insegnare, avere successo, guidare, servire, apprendere, essere creativo, ispirare, agire da coach… insomma, un superman o superwoman.

Esistono molteplici tipi leadership in letteratura: quella De facto, Di servizio,  Basata sui risultati, Situazionale, Carismatica, Trasformazionale, Transazionale, etc.

Tra queste va oggi di moda quella cosiddetta "connessa", soprattutto in organizzazioni piatte, rispetto alle tradizionali gerarchiche.   Da un’intervista ad Andrea Vitullo, autore di “Leadership riflessive”, nell’era del web 2.0, dove le parole chiave sono “partecipazione” e “comunità” e i protagonisti sono le persone, il leader deve sapersi fare nuove domande e mettere in discussione idee preconcette. Si va verso una leadership distribuita, “connessa” dove ogni persona si sente responsabile e “motore” di quello che fa.

Potremmo cominciare con la famosa frase di uno dei Leader per eccellenza, Jack Welch, il famosissimo CEO di General Electric: «Prima di diventare un leader, il successo consiste semplicemente nella propria crescita.  Quando si diventa leader, invece, il successo si materializza nel far crescere gli altri».

Per un buon leader, è quindi fondamentale la capacità di trarre il meglio dalle persone, identificando l’unicità delle persone e trovando il modo di metterla in gioco.

Quindi, ancora, saper toccare le leve giuste per la motivazione di ciascun membro del team.

Infine, il fare squadra, la capacità di integrare le unicità per un lavoro di cooperazione verso uno scopo comune.

Ovviamente questo lavoro si può fare solo se si accetta di partire anzitutto da noi stessi.

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